Liberilibri Editrice | Contro l’empatia. Una difesa della razionalità
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Sconto
Paul Bloom

Contro l’empatia. Una difesa della razionalità

 

Paul Bloom

a cura di Michele Silenzi

pagine 312

isbn 978-88-98094-50-9

prima edizione 2019

 

18,00 15,30

-15%

DESCRIZIONE

Paul Bloom si è imbarcato nell’impresa, a dir poco con­tro­corrente, di dimostrare come l’empatia, ovvero la capacità di mettersi nei panni di qualcun altro, sia deleteria per le nostre vite. Bloom la paragona alle bi­bite gassate e dolciastre, allettanti ma non salutari. L’empatia genera piacere per la sua capacità di farci sentire coinvolti nei confronti degli altri, genera benessere perché ci fa sentire più buoni. Ma è tut­t’al­tro che una valida guida morale e decisionale. L’empatia ci porta spesso a emettere giudizi errati e a fare scelte politiche irrazionali e ingiuste.
Con questo libro rivoluzionario e divertente, attraverso numerosi esempi tratti dalla realtà quotidiana e una documentata analisi scientifica, Bloom ci mostra come, in un mondo che reclama sempre più spazio per i sentimenti, dovremmo dare invece più spazio alla ragione. Solo così potremo prendere decisioni sensate e rendere il mondo un posto migliore.

RECENSIONI

Così Paul Bloom sconfigge l’empatia buonista (a colpi di logica) di Camillo Langone, «il Giornale», 11 febbraio 2019, pag. 25

Per un misantropo qual sono è una delle parole più fastidiose: empatia. Chi la pronuncia mi risulta subito antipatico, per non dire odioso.

Cominciai a sentirla troppo spesso dalla bocca di Obama, quello che voleva salvare il mondo e ha dannato il Mediterraneo facendo fuori Gheddafi, poi nel 2013 si disse che Mario Monti ne scarseggiava e meno male perché fosse stato pure empatico ci avrebbe tassato perfino di più.

Perché l’empatia costa e a pagare il conto è spesso Pantalone, come ci spiega Paul Bloom, professore di psicologia a Yale, in Contro l’empatia. Una difesa della razionalità (Liberilibri). «Siamo frettolosi nel sottolineare il bene dell’empatia ma siamo ciechi di fronte ai suoi costi». L’autore ricorda il caso di un cane malato di Ebola che a Dallas, Texas, suscitò una compassione tale che per curarlo vennero spesi soldi pubblici, 27mila dollari, una cifra assurda che avrebbe fatto gioco a tanti malati impossibilitati a pagarsi le medicine. Solo che il quattrozampe era diventato un fenomeno mediatico, mentre i duezampe erano sconosciuti e poco fotogenici.

«L’empatia è sensibile al fatto che una persona sia piacevole o disgustosa da guardare». Se sei vecchio e brutto niente empatia, puoi tranquillamente crepare. Siamo attirati in particolare dal dolore dei bambini, scrive Bloom, e quello che può sembrare un sentimento nobile può trasformarsi in sentimentalismo nocivo. Un esempio illuminante: la beneficenza occidentale alla Cambogia ha aumentato il numero degli orfani perché gli orfanotrofi, avidi di sovvenzioni, hanno spinto le famiglie povere ad abbandonare i loro piccini tanto carini. Che vivrebbero ancora con i loro genitori, se bianchi benestanti e scervellati avessero tenuto a bada la propria stramaledetta empatia.

«Dovremmo sforzarci di usare le nostre teste piuttosto che i nostri cuori». Vasto programma, anche perché dichiararsi contro l’empatia può essere pericoloso: gli empatisti sono ferocissimi. Quando Bloom ha osato scriverne sul New Yorker è stato travolto dal lettorato liberal: l’articolo è stato definito «una disgrazia intellettuale», «la cosa più stupida che abbia mai letto», e l’autore «un mostro morale». Purtroppo (sarebbe più divertente) lo psicologo di Yale un mostro non lo è affatto. Ci tiene anzi a mostrarsi «giusto, onesto, oggettivo» e afferma che «essere contro l’empatia non significa che dovremmo essere egoisti e immorali». Non sia mai. Buona parte del libro è dedicata alla difesa da simili attacchi, spesso, più che semplicemente irragionevoli, decisamente farneticanti: «Un professore di sociologia una volta mi scrisse che la mia enfasi sulla ragione esprimeva un punto di vista tipico di un maschio bianco occidentale».

Ma non c’è niente da fare, il nemico è soverchiante, siccome «noi non viviamo in un’età della ragione, viviamo in un’età dell’empatia».

Si può sapere di preciso che cos’è questa empatia, oltre che il modo di sentirsi buoni senza tener conto degli eventuali danni causati dal proprio atteggiamento? Nel libro viene definita come la «capacità di vedere il mondo attraverso gli occhi degli altri, di sentire il mondo attraverso gli occhi degli altri». Dunque, pur con ampie sovrapposizioni di significato, non è la vecchia simpatia, parola caduta in disuso giusto per darmi un altro dispiacere (non la trovavo simpaticissima ma nemmeno altrettanto intollerabile).

Semplificando all’estremo e andando oltre la comune etimologia, oggi empatia significa condividere le sofferenze degli altri, mentre la simpatia tende a essere una condivisione nell’ambito dei sentimenti positivi. La simpatia sembra più un inclinazione da boom economico, da tempi gioiosi e fiduciosi. A me fa tornare in mente Walter Chiari… Mentre è naturale che nella nostra triste epoca di crisi l’empatia abbia preso il sopravvento e la tv sia piena di storie lacrimevoli. Che io non guardo perché voglio continuare a essere anti-empatico, non emozionalmente ricattabile.

Non ho sensi di colpa di tipo sociale, chi invece ne avesse deve proprio leggere Contro l’empatia perché vi sono segnalate le ricerche scientifiche che, pur cercandole, non hanno trovato relazioni fra scarsa empatia e aggressività o crudeltà. Confermo: non sono empatico eppure non vado in giro a picchiare la gente.

L’empatia è pericolosa per la salute: il medico non deve empatizzare col paziente, deve curarlo, faccenda diversa e più complicata. E qui c’erano arrivati anche i nostri avi, gli autori del detto «Il medico fa pietoso fa la piaga cancrenosa». È pericolosa per l’educazione: i genitori non devono empatizzare troppo coi figli, non devono temere di infliggere loro piccoli dispiaceri (magari proibendo tatuaggi, o concerti) se questi possono evitare dispiaceri più grandi in futuro.

Esempi simili ricordano uno dei meccanismi negativi dell’empatia, il coinvolgimento emozionale immediato e l’insensibilità alle conseguenze nel lungo periodo. Se mandi aiuti alimentari in Africa, ti sentirai buono ma finirai col distruggere l’agricoltura locale. Se distribuisci reddito di cittadinanza, ti sentirai amico del popolo ma finirai con l’aumentare il debito sul groppone delle future, disgraziatissime generazioni. Empatia canaglia.

 

L’empatia spesso ci inganna: pensare agli altri fa sbagliare di Emanuele Ricucci,  «Libero», 3 febbraio 2019, pag. 25

«Caro Dago, vivo con una pensione di invalidità da 292 euro al mese. In questi giorni di freddo intenso a casa ho 12 gradi perché non accendo il riscaldamento per risparmiare. Nessuno di quei tre “valorosi” parlamentari che sono saliti a bordo della Sea Watch si è mai offerto nemmeno di chiedere se quelli come me avessero bisogno di qualcosa». Dalla lettera di Santo italiano martire a Dagospia. Arrabbiatevi pure, stringete il pugno, nel leggere queste parole. Ma siate consapevoli che la vostra non è riconosciuta come rabbia di Stato. Un’ira sgretolante, soffocata e relativizzata dall’establishment culturale che le sue ultime carte, in una tesa partita con la morte, se le sta giocando anche nella democrazia emozionale, e nella sua musa: l’empatia. L’empatia è uno degli strumenti della democrazia degli editti e delle censure del politicamente corretto, precetto per aver riconosciuta la civiltà. E dunque, perché se grido alla disperazione della mia gente, stanco di aver perso sovranità e primato, sono un regretto fascista, lurido razzista a prescindere, e se canto, ballo, festeggio e mi faccio i selfie insieme ai migranti con un costoso smartphone appena sbarcato dalla Sea Watch, sono un gentiluomo degno di futuro? E dunque, eccoli, baldanzosi e ben vestiti emigranti, scendere dalla nave. L’Italia in cui ci vogliono sei mesi per fare una Tac, non poteva piangere di rabbia per più di una settimana, aspettandoli. Prona sulla sponda, ora misura minorenni di venticinque anni. Annebbiamento delle geometrie del reale, in favore della sua singhiozzante narrazione. Qual è, dunque, il dovere di fare il bene? L’empatia, come immedesimazione complessiva, è una strada verso il bene o solo un egoistico modo per stare in pace con noi stessi? L’empatia salverà la politica? Su queste domande si erge come un j’accuse controcorrente il saggio di Paul Bloom Contro l’empatia. Una difesa della razionalità (Liberilibri, 312 pgg., 18 euro), un perfetto «manuale per difendersi dalla democrazia delle emozioni», così come ben lo definisce Michele Silenzi, che cura l’edizione. Tra filosofia, politica, psicologia e cronaca, densa di casi, Bloom scomunica, con riflessioni di respiro internazionale, l’empatia come forma di governo, come inganno, i suoi eccessi. Leggendolo ci sentiremo, d’un colpo, ancor più affezionati al nostro pensiero critico, frutto della coltivazione culturale e lucida di noi stessi. Tra le pagine, un viaggio – super partes, a livello ideale – che ci porta all’assalto della democrazia emozionale, e dell’utilizzo selvaggio dell’empatia come Vangelo politico moderno, ben più alto, secondo il comune sentire, persino della cristiana Misericordia, limitata dalla correlazione con un Dio, ora emigrato dall’Occidente, altroché. Scrive Silenzi: «Con il venir meno di una spiritualità condivisa è scomparso anche il sostrato di riferimento su cui basare le nostre azioni e la ragione ci sembra non in grado di fornire spiegazioni del tutto esaustive, allora fondiamo le nostre azioni sul terreno melmoso dei buoni sentimenti». Non compassione, quindi, che prevede una compartecipazione e due identità coesistenti, ma empatia – scrive Bloom, che magari ha anche dei meriti nel fare il bene ma è «guida morale scadente. Getta le basi per giudizi insensati. Può condurre a decisioni politiche irrazionali e ingiuste» -, che rischia di essere sterile sottomissione. Pertanto, l’empatia ideologizzata determina il ritmo del cuore sociale: “restiamo umani”, il motto della nuova sinistra “santa” che, va ricordato, forgia ancora la cultura di massa e la sensibilità comune, pur essendo politicamente morente. La speculazione empatica, perciò, modifica la nostra necessità di identificazione, ponendo alla base della nostra quotidianità altre forme entro cui riconoscerci, perché più adatte per essere uomini civili, contro la barbarie di chi vuole anteporre la ragione sul dogma politico, il primato del proprio diritto di sovranità umana, politica e storica. Orchi contro angeli. Un nuovo bene e un nuovo male, immaginario, che agisce sul senso di colpa e di responsabilità. Forme identificative sempre più lontane da noi, per scardinare le maglie della sovranità come appartenenza a una comunità di destino, a una lingua, un rito, una Patria e dei confini entro cui riconoscersi, pur abbracciando il mondo. In altre parole, l’empatia sembra essere, e non solo nel caso dei migranti, un’efficace arma ideologica. Che ci annebbia la ragione. Siamo costantemente chiamati a scegliere se essere orchi o angeli, nell’arco di pochi minuti. Scrive Bloom: «Questo rigetto della ragione è particolarmente evidente nella sfera morale. I nostri giudizi su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato sono determinati da sentimenti “di pancia” generati dall’empatia, e che deliberazione e razionalità sono largamente irrilevanti». Dalla pancia al cuore, quindi, va compiendosi la democrazia della sensibilità che non risparmia i costrutti ideologici che ci governano: il progressismo, col suo politicamente corretto, usa l’empatia come leva per snaturare e gestire gli uomini di questo tempo, il populismo clitorideo, solo se sfiorato, rigetta contrapposizione cieca come onda d’urto. Spetta, forse, al sovranismo riequilibrare quest’adolescenza sciocchina, ma solo se sarà capace di declinarsi in un vero e proprio movimento culturale e non solo in una reazione allergica. «Tutti i grandi traguardi sociali dell’uomo, il superamento dei pregiudizi nei confronti degli altri, la tolleranza, la comprensione di chi è diverso non sono stati raggiunti attraverso
un’empatia impossibile con chi è radicalmente distante da noi, ma grazie alla comprensione razionale, allo studio e alla compassione», ben chiude Silenzi. Dallo Stato nazionale alla democrazia emozionale, per crepare più buoni.