Sogno e realtà dell'America Latina di Mario Vargas Llosa | Liberilibri Editrice
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Mario Vargas Llosa

Sogno e realtà dell’America Latina

L’Europa, proiettando da secoli sul continente latinoamericano i sogni dell’immaginazione, ha creato stereotipi e falsi miti che è tempo di demolire.

 

Mario Vargas Llosa

Traduzione di Conzuelo Fogante

Introduzione di Carlo Nordio

pagine 60

isbn 978-88-98094-64-6

prima edizione 2019

 

10,00 8,50

-15%

DESCRIZIONE

Il sogno di creare un paradiso in Terra genera spesso solo inferni. Nel corso della storia, ciò si è verificato, forse più che in ogni altra parte del mondo, in America Latina.
Questo continente vario e straordinario, esotico per eccellenza, lontano per secoli dal “mondo civiliz­zato”, è un luogo in cui molti esperimenti sociali, economici e politici, basati su utopie nate in Europa, ma maturate laggiù in maniera originale, hanno dato vita a movimenti rivoluzionari con esiti spesso catastrofici.
Non è un caso, tuttavia, che proprio in questo clima magico e irrazionale siano nati molti grandi e amatissimi scrittori contemporanei. Uno di essi è Mario Vargas Llosa che, in questo testo breve e illuminante, analizza le complesse e feconde interazioni tra l’Ame­rica Latina e l’Europa, e apre alla speranza di un fu­turo non dominato dall’irrazionalità e dalla violenza, ma all’insegna del realismo e dell’imperio della legge.

RECENSIONI

Vargas Llosa: l’America Latina? Non esiste, è un “sogno” degli europei, di Alberto Mingardi, «Tuttolibri La Stampa», 18 gennaio 2020

 

Sudamerica immaginato, di Nicola Fano, «succedeoggi.it», 15 gennaio 2020

L’America Latina non esiste. O, meglio, quella vera non esiste per noi europei, abituati come siamo a cercare in quel Continente il paradiso o l’inferno (a seconda delle convenzioni o delle convinzioni). È la teoria di Mario Vargas Llosa (uno che di certe cose se ne intende), espressa in un saggio godibile quanto pignolo, appena pubblicato in italiano dalla piccola ma preziosa casa editrice liberilibri: Sogno e realtà dell’America Latina, pp. 33+XIV, 10 Euro, con un’introduzione di Carlo Nordio. D’altra parte, la faccenda partì male fin dall’inizio: «Cristoforo Colombo – ricorda Vargas Llosa – si sforzò di vedere non quello che era davanti ai suoi occhi e sotto ai suoi piedi, ma l’India, la Cina, l’Asia della seta e delle spezie che portava con sé nel suo desiderio e nella sua immaginazione». E questo, sostiene l’autore della Zia Julia e lo scribacchino o delle Avventure della ragazza cattiva, è il destino amaro di quel Continente: incarnare sogni e desideri non propri.

Mario Vargas Llosa – con la civetteria polemica che gli è propria – fa un lungo elenco di avventurieri e colonizzatori della prima ora che non videro ciò che videro ma ciò che sognavano (o temevano): «Questa inclinazione a idealizzare l’America, proiettando nelle sue selve, cordigliere, altipiani e mari le favole e le leggende più antiche e i luoghi e i popoli dell’immaginazione, non era esclusiva della gente colta: veniva infatti condivisa dagli europei più umili». Il punto è tutto qui: l’America Latina non è stata soltanto colonizzata nel senso materiale del termine, ma le è stata rubata la vera identità. Al punto che sovente gli stessi americani hanno creduto di essere altro da sé: «l’Europa proietterà spesso sull’America le utopie, le frustrazioni artistiche e ideologiche (anche religiose) nate nel suo seno e condannate laggiù, a vivere confinate nei regni dell’illusione». In pratica: gli europei hanno dato corso in America Latina ai propri fantasmi, concedendosi nel nuovo Continente ciò che si vietavano nel Vecchio. È stata una lunga teoria di infatuazioni fallaci, dai mostri andini a Macondo (Vargas Llosa non fa cenno, ovviamente, all’odiato García Márquez, ma l’ombra dell’entusiasmo globale per il cosiddetto realismo magico pervade sotto traccia queste pagine).

Sono da non perdere, in questa chiave (quella dell’innamoramento fallace) le notazioni dedicate al mito della rivoluzione cubana. Da un lato, Vargas Llosa loda la concretezza dei “rivoluzionari” dall’altra irride la cecità di chi (Günter Grass e Régis Debray sono i più citati) ha confuso il mito con la realtà di una «dittatura che si è guadagnata l’onore di essere la più duratura dell’America Latina» (il saggio è del 2008, ma è improbabile che Vargas Llosa sul tema oggi abbia cambiato idea). Ancora una volta, gli europei finiscono per amare del Sudamerica ciò che mai tollererebbero in casa propria: «Avrebbero mantenuto lo stesso entusiasmo se il subcomandante Marcos avesse cercato di portare a termine la sua “rivoluzione postmoderna”, come venne chiamata da Carlos Fuentes, non nello Yucatan, bensì in Bretagna o in Alvernia?». Naturalmente, Vargas Llosa giustifica i “suoi”: «Incarnare l’immaginazione per l’“altro” ha prodotto un curioso effetto: molti latinoamericani hanno adottato quelle immagini di sé, alterate dalla fantasia o dall’alienazione religiosa e ideologica occidentale e, invece di incarnare la propria realtà, ne hanno creata un’altra in accordo con quei modelli e imiti importati». E così torniamo al punto di partenza.

Insomma, si tratta di un piccolo saggio imperdibile: non solo per la sostanza (sia pure fatta la tara alla proverbiale rabbia dell’autore) ma anche per lo stile (colorato dalla stessa rabbia): il tono è persuasivo ancorché un po’ professorale e ricorda il Vargas Llosa che tentò la carta politica nel suo paese, il Perù, finendo sconfitto da un peruviano acquisito, il giapponese Alberto Fujimori. Il quale portò il suo Paese più a destra di dove voleva portarlo il grande scrittore, per altro. Questo per dire che, benché la politica non sia mai stato suo forte, qui Vargas Llosa compone un’invettiva non solo nella sostanza condivisibile, ma accorata e geniale: una tirata antieuropea educata e motivata (niente a che fare con Trump e Johnson, per intenderci). Solo, resta da chiedersi: ma Vargas Llosa avrebbe scritto le stesse cose due anni dopo? Ossia dopo aver ricevuto dagli odiati/amati europei il Premio Nobel?

 

La versione di Mughini, di Giampiero Mughini, «Dagospia», 11 gennaio 2020

Caro Dago, era tempo che spasimavo di dirti l’eccellenza di una roccaforte editoriale del liberismo moderno quale la casa editrice liberilibri di Macerata. Aspettavo l’occasione buona, ossia un libro che tra i tantissimi bei libri da loro pubblicati fosse di tale implacabile urgenza e intelligenza da meritare di essere celebrato nelle poche righe di un mio scritto a te destinato. Ebbene il Sogno e realtà dell’America Latina del premio Nobel Mario Vargas Llosa, un breve saggio del 2009 che funge adesso da numero 142 di una delle più belle collane della casa editrice maceratese, è l’occasione perfetta per farlo.

Trenta sugosissime paginette dello scrittore peruviano che demoliscono senza lasciarne pietra su pietra “le stravaganti imposture” che per almeno mezzo secolo hanno avuto cittadinanza eccome nelle generazioni europee che volgevano a sinistra, quelle generazioni (quorum la mia) che s’erano abbeverate a un famosissimo libro del 1967 di Régis Debray venduto a centinaia di migliaia di copie e dov’era scritto che bisognava “fare come a Cuba”.

Sì, fare a Parigi oppure a Milano oppure ad Amburgo quello che i “barbudos” avevano fatto a Cuba, cacciar via un tirannello indecente e apprestarvi la lotta contro tutte le ingiustizie e le indecenze di una società spaccata tra i pochi “che hanno” e i moltissimi che “non hanno”.

E come se questo presepe da due soldi corrispondesse minimamente alla realtà e alla articolazioni sociali delle moderne società industriali. In Italia questa bandiera è stava sventolata innanzitutto da Giangiacomo Feltrinelli, che giudicava la Sardegna il luogo italiano adatto da cui far partire i guerriglieri e la loro lotta di liberazione. (Resterà uno dei grandi misteri della nostra storia editoriale il caso dell’autobiografia di Fidel Castro alla quale il più bravo redattore della Feltrinelli, Valerio Riva, lavorò per anni e anni e poi non se ne fece niente. Perché? La libreria antiquaria Pontremoli di Milano è di recente entrata in possesso di un giro di bozze del libro tutto annotato da Riva. Inutile aggiungere che mi sono precipitato a comprarlo. E’ un cimelio di tutta una stagione dell’editoria e dell’anima europea.)

A proposito di quelli che si invasarono del mito castrista tanto Vargas Llosa quanto l’ex magistrato Carlo Nordio (intelligente prefatore del libro di cui sto dicendo) accennano sprezzantemente al viaggio di pochi giorni a Cuba che Jean-Paul Sartre _ purtroppo “un cattivo maestro” come pochi altri ce ne sono stati _ fece al tempo dell’invasamento filocastrista di tanti, un viaggio di pochi giorni dal quale lui ne uscì pontificando sulla democrazia di qualità superiore che c’era a Cuba.

Chiacchiere, bugie, falsificazioni indecenti, farneticazioni ideologiche senza alcuna base di fatto. Quella castrista era ed è una dittatura, la più lunga di quelle che hanno avvelenato quest’ultimo mezzo secolo di storia dell’America Latina. Scrive Vargas Llosa: “Vero è che quasi mezzo secolo dopo tali avvenimenti, quella rivoluzione si scolorì e perse il suo splendore paradisiaco per molti europei, incluso lo stesso Régis Debray.

Ma è anche vero che c’è ancora chi, nel Vecchio Continente si ostina a non vedere la realtà così com’è, e chi, come Ignacio Ramonet, direttore di “Le Monde diplomatique”, cantore aulico di Fidel Castro _ e del comandante Hugo Chávez _ continua a promuovere come esemplare una dittatura che si è guadagnata l’onore di essere la più duratura che l’America Latina abbia mai conosciuto e che, molto probabilmente, nessuno di loro accetterebbe nel proprio Paese”.