Miracolo e Suicidio dell'Occidente di Jonah Goldberg | Liberilibri Editrice
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Sconto
Jonah Goldberg

Miracolo e Suicidio dell’Occidente

Come la rinascita di tribalismo, populismo, nazionalismo e politica dell’identità sta distruggendo la democrazia liberale

 

Jonah Goldberg

Traduzione di Sabina Addamiano

Prefazione di Armando Massarenti

pagine 420

isbn 978-88-98094-61-5

prima edizione 2019

 

24,00 20,40

-15%

Collana:

DESCRIZIONE

Fino a pochi secoli fa gli uomini vivevano in condizioni miserabili, in balìa delle forze devastanti della natura, della superstizione e dell’arbitrio dei governanti. Poi, quasi all’improvviso, qualcosa è cambiato e, da una condizione umana rimasta più o meno sempre identica a se stessa per secoli, in Occidente è fiorito uno sviluppo così profondo e ampio da potersi definire Miracolo.
Attraverso un excursus storico, filosofico e culturale, Jonah Goldberg ci conduce alle radici di questo feno­meno che ha dato vita alla nostra contemporaneità, ne mostra l’evoluzione, il successo straordinario e i principî ideali che lo hanno nutrito: la fiducia nel­l’individuo, la tutela della sua libertà e dei suoi diritti inalienabili, l’uguaglianza davanti alla legge, la libera iniziativa e il libero mercato.
Il Miracolo rischia però ora di autodistruggersi. Un Occidente disorientato ed esausto tende a suicidarsi, impaurito da crisi connaturate a quello stesso sviluppo, e finisce per diventare vittima di processi reattivi come populismo, nazionalismo di ritorno e tribalismo.

RECENSIONI

Una società senza credo, di Alberto Mingardi, «Il Foglio», 14 dicembre 2019, pag. XII

“In tutti i secoli, gli esempi più vili della natura umana si sono visti fra i demagoghi”. La frase è di Macaulay ma è facile immaginare che ne fossero convinti anche i seicento sindaci che a Milano si sono riuniti attorno a Liliana Segre. Se è vero che solo l’esercizio della memoria può evitarci di ripetere le pagine peggiori del nostro passato, prima di prendersela coi demagoghi è il caso di chiedersi perché in alcune società prosperino e in altre no. Quanti sono gli uomini che si sono immaginati a capo di una folla. Quanti quelli ai quali la folla ha aperto le porte dei palazzi.

Il demagogo è più o meno pericoloso a seconda degli ostacoli che trova sulla sua strada. Osserviamo oggi la crisi di istituzioni che, piene di difetti come tutte le cose umane, hanno consentito al pezzo di mondo nel quale viviamo di creare ricchezza in modo mai visto prima, negli ultimi 250 anni. Stiamo parlando di istituzioni diverse e in tensione l’una con l’altra: la religione da una parte, e dall’altra il convincimento che per appurare il grado di verità di una tesi sia necessario porla a confronto con quel che sappiamo della realtà. La famiglia, dove gli adulti impongono la loro visione del bene a chi adulto non è, e invece l’idea che le buone procedure debbano prevalere sulla buona vita, che nella sfera pubblica il rispetto di diritti e libertà formali conti di più delle buone intenzioni. Convinzioni e prassi diverse, ma che delimitavano i campi del politicamente possibile e del personalmente appropriato. Esigevano tributi formali, ai quali non sempre corrispondeva un rispetto sostanziale. Ciascuna a suo modo, restituivano l’impressione che vi sono cose che si possono e cose che non si possono fare, e che quali siano le une e quali le altre non dipende soltanto dai nostri capricci.

Nel suo Miracolo e suicidio dell’Occidente (Liberilibri, 2019), Jonah Goldberg sostiene che “l’avanzata dell’Occidente” è stata “il prodotto di una serie di tensioni creative”, come la necessità di bilanciare i diritti degli individui e le prerogative dello Stato oppure la confessione dominante e le minoranze. Ma a questi conflitti corrispondono “anche tensioni creative all’interno del cuore umano: tra desiderio e responsabilità, espressione di sé e autodisciplina, fede e ragione”. Il grande spettacolo dell’uomo ha sempre visto i sentimenti al centro della scena: e tuttavia i sentimenti, le passioni, dovevano venire alle prese con una serie di regole che, filtrate dalla saggezza del tempo o dalla lucidità della ragione, provavano a tenerli a bada. Oggi “i nostri sentimenti sono diventati fini a se stessi. Il modo in cui ci sentiamo non ciò che concludiamo razionalmente è la verità più alta. La pancia ha sconfitto la mente”….

La “cultura del sentimento” finisce per creare “una sensazione di aver diritto a stabilire come il mondo intorno a noi dovrebbe funzionare”. Il mondo diventa materia liberamente interpretabile da ciascuno, e ciascuno ne offre la sua versione rivendicandola come valida semplicemente perché è sua. La tipica “discussione”, usiamo a sproposito una parola nobile, sui social funziona proprio così.

 

Occidente tra Miracolo e Suicidio…, di Carlo Gambescia, «carlogambesciametapolitics2puntozero», 18 novembre 2019

Esistono in Italia  intellettuali in grado di scrivere un  libro come quello di   Jonah Goldberg, uscito l’anno scorso negli Stati Uniti?  E meritoriamente tradotto da Liberilibri?  No. Perché da noi  manca, a parte rare eccezioni, qualsiasi volontà di difendere il capitalismo e il liberalismo.

Un vuoto che si ripercuote sull’inveterata  forma mentis, sostanzialmente romantica, ma occasionalista, dell’intellettuale italiano, portato a difendere un’idea di società chiusa, anche quando si dichiari  progressista.

In Italia si  deifica  lo stato, e non a vuoto  ma  tra il consenso e gli applausi interessati  dei cittadini. Del resto qual è la frase più comune anche quando cade  un vaso dal balcone? La risposta è  semplice:  “ Lo Stato dov’era?”.

Ma torniamo al nostro argomento.   Di quale  volume parliamo? E chi è Jonah Goldberg?

Goldberg è professore  all’American Enterprise Institute e caporedattore della “National Review” (*). Dunque un conservatore,  liberale ma  contrario a Trump. E di conseguenza  neppure vicino all’ universo liberal incarnato da politici come Barack  Obama, e un paio di gradini sotto, Hillary Clinton. Per non parlare dei socialisti, o quasi,  come Bernie Sanders.

Il titolo del suo libro – ben prefato da Armando Massarenti e tradotto assai bene da Sabina Addamiano –  è tutto un programma:  Miracolo e Suicidio dell’occidente. Come la rinascita di tribalismo, populismo, nazionalismo e politica dell’identità  sta distruggendo la democrazia liberale (**).

Il Miracolo (con la maiuscola)  è nella nascita e sviluppo,  negli ultimi trecento anni del “capitalismo liberale”. E, attenzione,  in un mondo  governato in modo autoritario se non totalitario per millenni.  Si parla  di un sistema di libertà politiche, civili ed economiche  che “funziona” e che  ha decisamente cambiato, migliorandole, e di molto,  le condizioni di vita degli uomini.

Il Suicidio (sempre con la maiuscola),  è nel non voler  capire  che l’esperimento liberale di società aperta,  unico nel suo genere, rischia la dissoluzione, perché preso d’assalto, da una sorta di nostalgia romantica per la società chiusa, insita, quasi carnalmente,  in uomini  vissuti almeno per seimila anni  nel mito di un potere assoluto e paterno.  Goldberg (nella foto), ne parla come di una “ruggine”, quella del richiamo della giungla, sempre pronta ad aggredire il sottile  tessuto civile, fiorito negli ultimi tre secoli.

L’opera, ottimamente divisa in tre parti,  nella prima si concentra sull’analisi della natura umana, ossia sul carattere artificiale, positivamente artificialmente,  della civiltà, come  forma di controllo degli istinti dissolutivi insiti nell’uomo. Siamo agli antipodi, tanto per fare  nomi famosi,  di Freud e soprattutto Marcuse.

Nella seconda, si diffonde sulla nascita, in fondo misteriosa,  del capitalismo in Occidente: il “Miracolo” per l’appunto.  Goldberg riprendendo in qualche misura  la tesi  hayekiana dell’ordine spontaneo, generato da milioni di interazioni individuali  apparentemente prive di finalità collettive. Egli però  affianca  alla maestria di Hayek,  quella  altrettanto grande  di Schumpeter, facendo tesoro, della sua tesi sulla  dinamica  capitalista, come distruzione creatrice. Distruttrice tuttavia anche di legami sociali fondamentali, quale tessuto che tiene insieme uomini e cose.  Di qui, contro la burocratizzazione,  il ruolo della società civile, che Goldberg, sulla scia di Tocqueville, reputa essenziale.  Proprio  per evitare  quella atomizzazione che facilita il compito dei nemici della liberal-democrazia. A costoro, e al loro  preoccupante riemergere, è dedicata la terza parte, dove sono affrontati i pericoli del tribalismo (o nazionalismo),  del romanticismo politico e  del populismo.  Fenomeni che sono il portato  di  quel vuoto sociale  che processi economici, fondamentali per la crescita,  possono però causare  in assenza di una società civile che non riesca  a  stare al passo con la dinamica capitalistica della distruzione creatrice.

Sicché l’individuo, finisce per ritrovarsi, implorante,  al cospetto  di   uno stato  onnipotente, che promette ciò che non potrà mantenere, perché nemico delle libertà economiche e civili, quindi delle uniche  forze culturali che possono favorire la  produzione  di reddito.

Ora, secondo Goldberg, non capire o ignorare la dinamica accentratrice dello stato, che non può surrogare la società civile, significa  sospingere al  Suicidio  l’esperimento liberale.

Soprattutto nella terza parte, forse la più americana del libro, Goldberg affronta le questioni dell’ascesa delle politiche identitarie, del politicamente corretto, dell’economia  pubblica, che dividono e tagliano in due la società statunitense, producendo fenomeni politici, uguali e contrari, come  Sanders da una parte e Trump dall’altra.  Siamo al cospetto di romantici della politica, che attribuiscono allo stato, imbarbarendo il dibattito pubblico, poteri onnipotenti, ignorando la sovranità della  legge e della costituzione,  interpretate secondo gli interessi politici del momento.

Il tema della società civile sembra perciò giustamente assorbire l’interesse dell’autore:  dal ruolo centrale della famiglia, come primo fattore di socializzazione,  a quello di una cultura delle istituzioni, dalle università alle imprese, in grado di creare una specie di zona franca, libera e produttiva di senso,  tra cittadino e stato, restringendo così meritoriamente il ruolo di quest’ultimo.  Sono forse queste le pagine più belle e appassionate dell’intero libro. Ma lasciamo la parola Goldberg:

“La mia tesi è che il capitalismo e la democrazia sono innaturali. Ci siamo imbattuti  in essi un istante fa, nel corso  di un processo fatto di tentativi ed errori ma anche di cieca fortuna, contingenza e casualità. Il sistema di mercato dipende dai valori borghesi, cioè principi, idee abitudini e sentimenti che tale sistema non ha creato, e che non può ristabilire una volta che siano andati perduti. Questi valori possono essere trasmessi solo in due modi: mostrando o raccontandoli, vale a dire modellando i comportamenti corretti e formando le persone, con parole e immagini, a capire cosa assomigli a un comportamento corretto. Le istituzioni, e non lo stato, sono i meccanismi principali che consentono di comunicare e apprezzare tali valori. Inoltre la modernità stessa richiede che i cittadini abbiano forme di fedeltà distinte e diversificate. Una di queste è la fedeltà a se stessi: tutti noi abbiamo il diritto di perseguire la felicità così come la concepiamo. Ma altre includono la fedeltà alla famiglia, agli amici alla fede religiosa, alla comunità al lavoro, etc. I nostri problemi   odierni possono essere ricondotti al fatto che non proviamo più gratitudine per il Miracolo e per le istituzioni e le consuetudini che lo hanno reso possibile. Dove manca la gratitudine – e dove manca lo sforzo che la gratitudine implica –  si riversano tutti i risentimenti e le ostilità.” (p. 240).

Sicché, nell’indifferenza, quale effetto di ricaduta dell’ingratitudine, torna  a affacciarsi “la ruggine della natura umana”…

L’approccio  realista di Goldberg, in particolare sul carattere residuale della natura umana,  ricorda quello di  Pareto (mai citato, così sembra, dall’autore). Nelle prime  pagine infatti egli sottolinea che la sua analisi prescinderà da dio (“In questo  libro dio non c’è”), nella conclusione  però, forse memore del famoso  detto di Dostoevskij,  invita ad agire, come se dio ci vedesse…  Insomma, la tesi è quella classica della religione come forma di controllo sociale. Ma per così dire,  rispetto a Pareto. con un supplemento di motivazione protestante, nel senso, come  scrive Goldberg, che

“la teoria  secondo cui il capitalismo  è emerso dal protestantesimo  potrebbe non spiegare tutto, ma spiega molto: credere che Dio non solo  ci veda, ma abbia grandi aspettative nei nostri confronti crea un certo tipo di società. Credere di ottenere ‘like’ su Facebook, Twitter, Instagram o Snapchat (…) crea indubbiamente un altro tipo di individui e di  società.” (p. 316).

Goldberg, come  un Pareto che abbia letto e condiviso Max Weber? Probabile.  In Italia, non abbiamo letto, o letto male, o se si preferisce letto e subito dimenticato il  primo come il secondo.  Ben vengano dunque libri come questo. Anche un ripassino non può far male…

 

L’Occidente si sta suicidando, di Gianfranco Morra, «Italia Oggi», 30 ottobre 2019, pag. 8.

L’Europa si sta suicidando. Ma chi lo dice, uno storico o un gufo? No, si tratta di uno dei più noti giornalisti e commentatori politici degli Usa, Jonah Goldberg. Nato a New York, figlio di un ebreo e di una episcopale, di formazione e mentalità conservatrice e politico repubblicano (ma non trumpiano), è dal 1998 al 2019 redattore della National Review. Divenne famoso anche per la serie di articoli sul rapporto tra Clinton e la Lewinski.

Giornalista efficace e informatissimo, nel suo ultimo libro offre una storia dell’Occidente, che fu un miracolo, ma oggi è dentro un sicuro e per ora inarrestabile declino. Il titolo del libro è un po’ angoscioso: Suicide of the West. L’edizione italiana, appena in libreria, lo ha un po’ addolcito: «Miracolo e suicidio dell’Occidente» (Liberilibri, pp. 400, euro 24). Che offre una vasta narrazione di straordinaria ricchezza di quella crescita dell’Occidente, che fu un miracolo, e della sua attuale decadenza.

Forse un po’ sovrabbondante di notizie e di citazioni, peraltro tutte indiscutibili, ma anche un po’ pletorica. Se si dovesse chiedere qualcosa sarebbe una maggiore sintesi unitaria, che è sottesa dalla mole di fatti riportati, ma non offre molte esplicazioni unitarie. Il sottotitolo, tuttavia, offre con lucidità la linea portante dell’opera: «Come la rinascita di tribalismo, populismo, nazionalismo e politica dell’identità sta distruggendo la democrazia liberale».

La convinzione di Goldberg è che le virtù eroiche, il «miracolo» degli Usa, nell’attuale cultura americana, prevalente liberal, sono divenute dei vizi. L’ottimismo di Fukuyama sulla «fine della storia», in quanto la democrazia liberale, con la caduta del comunismo e il trionfo della globalizzazione, avrebbe vinto la sua battaglia mondiale, è superficiale e ridicolo.

Goldberg è convinto che la democrazia liberale è il miglior sistema per garantire la libertà politica. Ma il mito americano si è a tal punto indebolito da produrre per gli Usa conseguenze disastrose. Essi si sono allontanati dalla tradizione dei «padri», nella quale vedono soltanto «un sistema di oppressione, sfruttamento e privilegio bianco. I Padri fondatori sono diventati razzisti bianchi».

Eppure l’invenzione del capitalismo e della democrazia liberale erano stati un miracolo, il rapido sviluppo tecnologico aveva prodotto una società così ricca, giusta e pacifica, che nessun’altra aveva avuto: primato della persona e dei suoi diritti, tutela della libertà, estensione del benessere, eguaglianza di partenza, libera iniziativa e mercato. Gli uomini, che sino allora si trovavano in condizioni miserabili (fame, freddo, malattie, fatica), hanno cominciato a vivere in un mondo ricco gradevole.

Oggi questa società è in declino, ormai vicino al suicidio, non solo negli Usa, ma in tutte le nazioni occidentali, che sperimentano una decadenza morale e democratica più o meno consolidata. I principali attivisti di questo declino sono gli intellettuali liberal, maestri che si dichiarano tutti «progressisti», ma (ironizza Goldberg) «i progressisti odiano il progresso». Le radici portanti della formazione democratica, la famiglia e la cultura, hanno perso la guerra contro le barbarie. E sono state pressoché distrutte: «Che la famiglia, tradizionalmente definita come un matrimonio tra uomo e donna e i loro figli, sia l’inizio della civiltà è un concetto quasi crollato. Come motore di civilizzazione, la famiglia nucleare è in guai seri e non funziona più». Quanto alla cultura, «le nostre scuole e università insegnano la tradizione occidentale da una prospettiva di ostilità risentita verso i risultati che abbiamo raggiunto».

Sulla liberaldemocrazia prevalgono ormai altri progetti politici, non di rado casuali e approssimativi, il più delle volte distruttivi: la rinascita del tribalismo, il nazionalismo e il populismo con la sua politica dell’identità. Un disastro che gli ultimi due presidenti Usa, Obama e Trump, hanno accentuato, in quanto hanno minato il concetto tradizionale di eccezionalismo americano.

Lo spirito, cioè il rendimento, che anima il populismo è lo spirito della folla. In tal senso l’esempio massimo del populista è il «tornato al tribale» Donald Trump: «Non è capace di controllare il suo inconscio e di guardare al di là dei propri istinti del momento. È privo di qualsiasi ideologia coerente e largamente immune da qualsiasi norma di gratitudine».

Ma questo cammino verso l’eutanasia della civiltà è ormai irreversibile? L’Autore è un giornalista, non un profeta. E ritiene che qualcosa si possa ancora fare. Nella storia niente è inevitabile, niente è scritto. Alla domanda se l’America sia oggi in declino non è giusto rispondere con un sì e neppure con un no. Sono due risposte sbagliate. Il principio che esista una traiettoria inevitabile e predeterminata, prodotta da forze esterne incontrollabili, è sbagliata.

Ciò che possiamo fare, in questa nostra epoca di declino e quasi di suicidio, è quello di impegnarci per coloro che verranno dopo di noi: «Non ci sono vittorie permanenti. L’unica vittoria per cui valga la pena di lottare, anche perché è l’unica possibile, è quella di consegnare questa civiltà alla prossima generazione ed equipaggiarla perché prosegua la lotta e così via, per sempre. La decadenza come il destino sono una scelta. I princìpi, come gli dei, muoiono quando nessuno crede più in essi».

 

Così la pancia ha sconfitto la mente, di Alberto Mingardi, «Tuttolibri La Stampa», 26 ottobre 2019, pag. 24.

L’Homo sapiens è comparso sulla terra fra i 200 e i 300 mila anni fa. I cambiamenti rilevanti nel suo, nel nostro, modo di vivere avvengono tutti negli ultimi 10 mila anni. Ma è solo negli ultimi 300, «l’equivalente di una mezza dozzina di vite umane», che si compie «il Miracolo»: prima di allora «non eravamo riusciti a raggiungere la velocità di fuga dalla condizione di sussistenza». «Fino al ‘700, gli umani vivevano ovunque con l’equivalente di 1-3 dollari al giorno» di oggi. Poi succede «qualcosa», e questo qualcosa coincide con un aumento costante del reddito pro capite e degli standard di vita. L’innesco è dato dal fenomeno che chiamiamo «rivoluzione industriale» ma sarebbe riduttivo ragionare solo sulla sua dimensione tecnologica. Creatività e desiderio di innovare appartenevano agli esseri umani del quarto secolo avanti Cristo esattamente come a quelli del diciannovesimo secolo dopo Cristo. A cambiare sono le condizioni che fanno sì che scoperte, invenzioni, idee nuove diventino vantaggi alla portata di tutti.

Il «Miracolo» è al centro del libro di Jonah Goldberg ora tradotto da Liberilibri: Miracolo e suicidio dell’Occidente. Il titolo è rivelatore, mette assieme glorie passate e ansie presenti, legando apertamente queste ultime al superamento, al rigetto, di ciò che ha consentito al nostro pezzo di mondo di emanciparsi dalla povertà. La crescita economica appare grazie all’intersezione virtuosa di idee e istituzioni che scoprono «limiti» a ciò che i potenti possono fare ai loro sudditi, che consentono a questi ultimi di provare a rischiare, che onorano per la prima volta i loro sforzi nel mondo dei traffici e delle cose, senza considerarli più una necessaria ma indesiderabile periferia delle attività umane. Le regole diventano «astratte», le persone vengono considerate per la prima volta come tali, classi e caste si sfilacciano a vantaggio di un individuo finalmente libero, ma anche responsabile.

Jonah Goldberg non è uno storico ma uno dei più brillanti giornalisti americani. È stato fino a tempi recenti la penna più arguta della «National Review», ora ne è uscito per costituire una sua media company. «National Review» è stata l’incubatrice di quel conservatorismo americano che divenne l’architrave ideologico dei repubblicani ai tempi di Reagan. Entrato in scena come un politico post-ideologico, Trump ha in realtà riorientato il suo partito, marginalizzando la tradizione «individualista», alla quale Goldberg aderisce.

Questo libro è molto ambizioso: caricandosi sulle spalle le ricerche di storici economici come Joel Mokyr e Deirdre McCloskey, offre una visione della crescita economica moderna che ne enfatizza l’eccezionalità e la spiega in ragione delle idee prodotte nell’Occidente illuminista.

La «scoperta dell’individuo», finalmente attore protagonista, e l’avvaloramento positivo della ragione umana spiegano la società dell’innovazione. Ma dove Goldberg aggiunge qualcosa al lavoro degli studiosi è nelle conclusioni. «L’avanzata dell’Occidente», scrive, «è stata il prodotto di una serie di tensioni creative», come la necessità di bilanciare i diritti degli individui e le prerogative dello Stato oppure la confessione dominante e le minoranze. Ma vi erano «anche tensioni creative all’interno del cuore umano: tra desiderio e responsabilità, espressione di sé e autodisciplina, fede e ragione». Queste ultime producevano spinte diverse, quanto a norme sociali e mores. Il grande spettacolo dell’uomo ha sempre messo in scena i sentimenti: essi però venivano regolati da forze a loro esterne, che imponevano all’interiorità una qualche visione «oggettiva» del bene e del male. Oggi prevale il populismo perché «i nostri sentimenti sono diventati fini a se stessi. Il modo in cui ci sentiamo non ciò che concludiamo razionalmente è la verità più alta. La pancia ha sconfitto la mente. (…) I populisti hanno programmi, ma il programma è semplicemente una manifestazione di sentimenti diffusi».

Questa «cultura del sentimento» finisce per creare «una sensazione di aver diritto a stabilire come il mondo intorno a noi dovrebbe funzionare». Il mondo non è qualcosa da scoprire attraverso l’uso della ragione e da accettare così com’è, ma una specie di palcoscenico le cui quinte possono essere montate o smontate a seconda del gusto del momento. La «cultura del sentimento» si rafforza nella folla. La pancia vince su tutto. La crescita economica, che pure la pancia la riempie, è a rischio. Perché è inconciliabile con l’abolizione del senso del limite.

 

“Miracolo e suicidio dell’occidente” di Gabriele Ottaviani, «Convenzionali», 18 ottobre 2019

Come nazione di uomini liberi, vivremo per sempre o moriremo suicidandoci.

Così Abramo Lincoln…

Miracolo e suicidio dell’occidente – Come la rinascita di tribalismo, populismo, nazionalismo e politica dell’identità sta distruggendo la democrazia liberale, Jonah Goldberg, Liberilibri, traduzione di Sabina Addamiano, prefazione di Armando Massarenti. La storia è un’eccellente maestra ma le mancano gli allievi, e chi non ricorda è destinato a rivivere, anche perché le libertà non debbono essere mai e poi mai date per scontate. Del resto va detto che viene scritta dai vincitori, e che si muove attraverso un andamento ciclico, tende a tornare sui suoi passi, e l’occidente infatti molto spesso ha vissuto momenti in cui la frustrazione del popolo ha fatto sì che quest’ultimo in persona rivolgesse la propria attenzione alla fallace promessa di un cambiamento portato avanti da un uomo forte, solo al comando, con le sventurate conseguenze che sappiamo e che sono sotto gli occhi di tutti. Perché il malcontento genera rabbia, la rabbia accentua l’ingannevole percezione di una distanza dal mondo reale e tale scollamento fa sì che chi sa cavalcare la tigre dell’irritazione priva di ragionamento abbia gioco facile: basta trovare un nemico, dire alla massa quello che vuole sentirsi dire e impadronirsi del potere. Una volta nella stanza dei bottoni, poi, è tutto più facile. Goldberg indaga il passato e il nostro tempo, di cui sa vedere anche i più probabili e preoccupanti esiti, con mirabile perizia: da non perdere.