Il viaggio e l'ardimento di Vittorio Robiati Bendaud | Liberilibri Editrice
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Vittorio Robiati Bendaud

Il viaggio e l’ardimento

Nove avventure di viaggio, fra le Marche e la Terrasanta, emblemi della diaspora ebraica.

 

Introduzione di Vittorio Sgarbi

pagine 144

isbn 978-88-98094-78-3

prima edizione 2020

 

14,00

Collana:

DESCRIZIONE

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Nove avventure di viaggio tra fughe, esilî e peregrinazioni i cui protagonisti, emblemi della diaspora ebraica, trovarono nelle Marche un approdo sicuro o un’inquieta sosta. Nove racconti brevi, ferocemente reali, fondono disperazione e speranza, fedeltà e dis­simulazione. Il medico rinascimentale in fuga, gli stampatori Soncino, i rabbini erranti verso la Terra di Israele, il mistico eretico sono personaggi d’eccezione, talora di vera grandezza, eppur non così infre­quenti da non poterli incontrare nei pressi del porto di Ancona o costeggiando le pendici dei Sibillini alla volta dell’Urbe. Odissea e anabasi s’incontrano per restituire al lettore l’epopea della diaspora, tra rotte marittime e cammini appenninici. Sono storie italiane e mediterranee, fatte di muri, porti e confini.

RECENSIONI

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La pietra e l’edificio, di Niram Ferretti, «L’informale», 29 dicembre 2020.

 

Titolo da poema cavalleresco quello dell’ultimo libro di Vittorio Robiati Bendaud, Il viaggio e l’ardimento. Si tratta di nove prose in cui fatti e personaggi reali si mischiano con altri partoriti dalla fantasia dell’autore che, in questo modo, compone delle miniature di vita, o meglio di peripezia ebraica dal Medioevo ai nostri giorni, di cui l’Italia e le Marche, con alcuni sconfinamenti, compongono la geografia essenziale.

Ma di quale viaggio parliamo e in che cosa consiste l’ardimento? Il viaggio è topos inseparabile della letteratura, da quello per i mari di Odisseo, a quello sotterraneo e celestiale di Dante, a quelli di Don Chisciotte e Sancho Panza, ai swiftiani viaggi di Gulliver, per giungere a più recenti viaggi al termine della notte. Ma il viaggio è anche esperienza così profondamente ebraica, dal viaggio da Ur dei Caldei per la terra promessa imposto da Dio ad Abramo, padre della fede e dei patriarchi (e che Bendaud pone a inzio e fine libro come suggello), primo sradicamento che ne prefigurerà altri ben più dolorosi, a quelli dell’erranza, che tra accoglienza e rigetto hanno associato alla figura dell’ebreo il movimento lungo i secoli.

Si muovono molto le figure disegnate da Bendaud con destrezza briosa, anche quando tratta di fatti drammatici e tragici. Sono tutti personaggi fuori dal comune: Immanuel da Roma (Manoello) letterato fine e peregrino per l’Italia, che probabilmente a Verona conobbe Dante, Estellina Conat, la prima stampatrice ebrea, Amato Lusitano, medico e botanico,  Mosheh Basola, tra i più autorevoli rabbini italiani del XVI secolo, Rav. Giuseppe Laras, che dell’autore è stato maestro, e altri. Intorno a loro interagiscono altre figure non meno suggestive. I personaggi entrano ed escono come dalle quinte di un teatro, e non so se Bendaud avesse in mente nello scrivere il suo libro, un altro consolidato topos letterario, quello della vita come palcoscenico, che è qui ben presente e rende la lettura godibile come una rappresentazione scenica.

L’ardimento, invece è quello delle imprese compiute, del coraggio e della perseveranza in mezzo alle avversità, è la volontà e l’acribia di non cedere mai alla disperazione ma il continuo impegnarsi e rinnovarsi. Quando, in finale di libro, come in una favola esopiana, una rodine che aveva dialogato con Abramo all’inizio, ritrovandolo peregrinante per Camerino, gli chiede «Ma, Abramo, perché tutto questo? Qual è il perché delle storie della tua gente che ho sentito raccontare, alcune delle quali ti riguardano di persona?, il patriarca le risponde, «Godi del tuo cibo e gusta il tuo tempo, rondinella. Tieni a mente che, con ogni probabilità, tutte queste storie, assieme a molte altre ancora, serviranno per ricostruire. Mai demordere, mai perdere la speranza», vediamo emergere forse la cifra più profonda e segreta di questo testo.

Ricostruire ciò che è infranto e sparpagliato, l’intreccio dei destini, il loro accavallarsi. Dentro il tortuoso e confuso itinerario della storia, in questo caso della storia ebraica, di un suo prezioso frammento, ogni personaggio raccontato da Bendaud pone la pietra dell’edificio di cui è parte.

 

La diaspora ebraica in nove storie. Intervista a Vittorio Robiati Bendaud, di Federica Masi, «Nazione Futura», 23 dicembre 2020.

 

Vittorio Robiati Bendaud racconta la diaspora ebraica in nove storie diverse legate da un unico fil rouge. Un libro che ha lo scopo di rispolverare la storia e ripristinare l’essenza della memoria, a cominciare dalle comunità marchigiane e umbre a cui l’autore dedica questo lavoro editoriale.

Il suo ultimo libro “Il viaggio e l’ardimento” rivisita la storia riportandoci alla diaspora ebraica. In che modo ha unito l’aspetto storico con lo stile del romanzo?

Questo libriccino, per certi versi anomalo, non è un romanzo. È il racconto di nove diverse storie, tutte assai brevi, che abbracciano un arco temporale che va dal XIV al XX secolo. Le vicende si ricollegano l’una all’altra in un’unica narrazione. Sono storie realmente accadute, alcune avveniristiche e grintose, altre eccentriche e quasi oniriche. Ho dovuto sorvegliare la mia creatività per evitare che fossero alterati – o eccessivamente forzati – i dati storici pervenutici. Ho provato a mettere la fantasia al servizio di questi fatti, per contribuire a farli uscire dal dimenticatoio o da tomi polverosi, restituendo ai personaggi parola, carne e sangue. Mi premeva riproporre queste vicende un pubblico più ampio, in primo luogo perché comunicano qualcosa a me. Molti personaggi evocati meriterebbero ciascuno un romanzo: ho preferito proporre nove istantanee, nove schizzi un po’ impressionistici con rapide pennellate, che lascino spazio all’immaginazione del lettore.

Nove sono le storie che si susseguono con l’intento di restituire al lettore l’incontro tra odissea e anabasi nell’epopea della diaspora. Chi sono i protagonisti?

Spazio e tempo ci attraversano e permettono la conoscenza. I protagonisti del mio libro sono sovente sottoposti ad accelerazioni inaudite, con la storia che li incalza; oppure sono sorpresi in una dimensione quasi immota. Alcuni sono schiacciati in luoghi angusti, altri, invece, cavalcano l’immensità del mare o camminano lungo saliscendi collinari. È la nostra dimensione umana a essere fatta così. Questi personaggi sono ebrei, e dunque, in ragione di tale appartenenza, dovettero esperire, spesso loro malgrado, tutto questo con inusitate intensità e crudezza. Se è vero che si tratta anzitutto di racconti marchigiani, e quindi diasporici, il fil rouge del testo è il continuo e millenario rapporto tra Diaspora e Terra di Israele, tra andata e ritorno, in cui il porto di Ancona gioca un ruolo fondamentale, risultando esso stesso un “personaggio” chiave. Ed ecco che ci imbattiamo nel rabbino Immanuel da Roma, stilnovista della prima ora, ancora oggi chiacchierato in taluni ambienti rabbinici; nella fulgida Estellina Conat, la prima stampatrice al mondo, un’intellettuale d’avanguardia, come pure nell’intrepido stampatore e umanista Ghershon Soncino; in Amato Lusitano, il grande botanico e studioso di medicina; nel medico e rabbino Shimshòn Morpurgo, autorità rabbinica di vaglia, i cui scritti sono tutt’oggi studiati in tutto il mondo, che salvò Ancona da una mortifera epidemia influenzale.

All’interno dei racconti sono presenti episodi di intolleranza religiosa?

L’intolleranza religiosa è un luttuoso e feroce male che accompagna la storia umana. Per farne un identikit bisogna accettare che essa colpisce trasversalmente, in modo variegato, ricchi e poveri, circoli eletti e popolo minuto, eruditi e ignoranti, nutrendosi tanto di cultura che di superstizione, tanto di calcolo che di idiozia, di pensiero retrivo come pure, paradossalmente, di programmatico progressismo. L’antisemitismo, nello specifico, fu una spaventevole e spietata costante. Nelle Marche, come nelresto del mondo, gli ebrei furono oggetto di forti sentimenti antitetici: alla ferocia del multiforme odio antiebraico, di cui rendo conto nei racconti, fanno da controcanto episodi toccanti di fratellanza tra cristiani, musulmani ed ebrei. Il porto dorico, infine, restituisce un’ulteriore dimensione: quella della liberazione e della speranza. Sul rapporto tra i tre monoteismi suggerisco un mio saggio, recentemente edito da Guerini & Associati con prefazione di Antonia Arslan, che credo che possa contribuire a meglio inquadrare queste dolorose e complesse questioni: La stella e la mezzaluna. Breve storia degli ebrei nei domini dell’Islam (2018).

Lei dedica questo lavoro alle comunità marchigiane e umbre. Perché?

Il devastante terremoto del 2016 ha sfigurato quei territori, mietuto crudelmente morti e distrutto comunità. Ho amici terremotati, ecco perché! Al sisma si è aggiunta l’inetta politica di governi scellerati e una burocrazia infame: una vergogna, insensata e spietata, inflitta a persone e collettività già ferite da una calamità immane. Non possiamo, né vogliamo, dimenticare! Occorre affermare a gran voce, indipendentemente dal Covid19, che queste persone e questi luoghi devono essere la priorità dell’azione tangibile del Parlamento e della società civile, prima di altre urgenze, di qualsivoglia altro soccorso umanitario o di altre povertà. È in gioco il futuro del cuore verde dell’Italia, tra i monti Sibillini – quei monti azzurri celebrati da Leopardi –, e il mare: una sintesi felice e sostenibile tra il dolce tripudio della natura e l’agire dell’uomo. Si tratta della patria culturale e spirituale del nostro Paese: edificata da comunità ebraiche plurisecolari, da Benedetto e Francesco; eternata da Raffaello, Paolo da Visso e Gentile da Fabriano; musicata da Pergolesi e Rossini… il suo abbandono è emblematico del suicidio spirituale e culturale delle dirigenze dissolute e arroganti che deturpano da troppo tempo il nostro Paese. A questo scempio resistono, eroicamente, con tenacia, tante famiglie (e imprese) provate dal terremoto, a cui tutti gli italiani di domani dovranno tantissimo. Tra questi eroi vi sono contadini, ristoratori, pastori, piccoli e medi imprenditori, viticoltori e tante altre persone ancora. E vi è l’impegno meritorio di molti amministratori locali! Se l’Italia vorrà rinascere e non smarrirsi e morire, bisognerà che la politica – e con essa la cultura e l’imprenditoria italiane – combattano con efficacia, differentemente da quanto in questi decenni non è stato fatto, lo spopolamento delle due straordinarie macroregioni che attraversano e definiscono lo Stivale, rilanciandole per il terzo millennio: le splendide Alpi e i magnifici Appennini.

Le Marche come terra d’approdo e continuità della tradizione ebraica.

La storia dell’ebraismo marchigiano è plurale e millenaria. Vi furono le piccole comunità montane ai piedi dei monti Sibillini, come pure quelle in centri dinamici come Fermo, Fabriano e Jesi. Vi è la storia, inscritta nella saga artistica e filosofica del Rinascimento, con i suoi chiaroscuri, degli ebrei urbinati. Vi è, poi, l’avventura secolare delle importantissime comunità di Pesaro, Senigallia e, ovviamente, Ancona, che fa da vero e proprio centro gravitazionale (non solo italiano, ma anche adriatico-mediterraneo). Quella degli ebrei delle Marche è una storia di prima grandezza, dall’alto Medioevo al XX secolo, costantemente sospesa tra la cristianità (e i papi), la Sublima Porta (con i sultani-califfi) ed Eretz Israel, la Terra di Israele, tra ghetti e porti. Questa storia appassionante ha varcato mari e oceani e attraversato i secoli.

Porto di Ancona, pendici dei Sibillini e altri sfondi italiani. Al di là del viaggio geografico, è possibile tracciare un itinerario filosofico?

Credo che in quei luoghi si possano individuare molti itinerari, tanto mentali che turistici, non solo filosofici e immaginifici, che si intersecano tra di loro: pellegrinaggi letterari; itinerari d’arte e musicali; tour enogastronomici; percorsi religiosi tra ebraismo e cristianesimo; camminamenti per borghi, colline e montagne, giungendo al porto dorico. Un calice di verdicchio di Matelica può certamente diventare narrazione ed estasi; una pagina biblica, una cronaca o un prezioso arredo sinagogale possono raccontare storie specifiche e suggerire collegamenti che imperiosamente ci comandano imprese e viaggi avventurosi…

Nel nostro Paese esiste un dialogo con la cultura ebraica?

Un mio amico non ebreo, recensendo questo libro, l’ha definito “visceralmente italiano” (definizione che mi ha fatto immenso piacere), ed è un libro che racconta storie ebraiche. Gli ebrei dimorano in Italia da almeno ventidue secoli, con un amore profondo – a volte misconosciuto, a volte disprezzato e non ricambiato, a volte corrisposto con lealtà e passione commoventi – per questo nostro benedetto Paese – per la sua lingua, la sua cultura e la sua gente–, di cui siamo parte integrante e fondativa. Medioevo, Rinascimento e Risorgimento sono tre fasi gloriose della storia italiana, che orientarono potentemente la storia dell’umanità: il contributo ebraico all’Italia in queste epoche, solo per fare un esempio, è stato enorme. E vi è pure il contributo specifico dell’Italia all’ebraismo… credo che alcuni racconti del mio libro rivelino molto di tutto questo. Esiste da sempre, e ovviamente si perpetua anche nei nostri giorni, una comunicazione profonda tra la cultura italiana e l’ebraismo. È esistita persino nei secoli dei ghetti, nonostante le infamie sofferte e la reclusione coatta. Oggi viviamo una rinnovata interazione tra cultura cristiana italiana ed ebraismo, tra cultura laica italiana ed ebraismo, tra Italia e Israele. Tale interazione dialogica si declina in più modi e non di rado con eccellenze. L’auspicio è che possa rafforzarsi e implementarsi.

 

 

Il viaggio e l’ardimento, di Davide Cavaliere, «Caratteri Liberi», 1 dicembre 2020.

 

La presenza degli ebrei in Italia è sempre stata congiunta, nella coscienza nazionale, a delle specifiche città. La Torino ebraica di Primo Levi, la Trieste ebraica di Umberto Saba, la Ferrara ebraica di Giorgio Bassani, la Venezia ebraica di Daniele Manin e la Roma ebraica, la cui presenza nella mente degli italiani è legata soprattutto al terribile e disonorevole rastrellamento del ’43. All’incirca è questa la cartografia interiore che gli italiani possiedono dell’ebraismo nazionale. 

Vittorio Robiati Bendaud, col suo primo lavoro letterario, Il viaggio e l’ardimento, allaccia le vicende degli ebrei a una regione particolare: le Marche. Caso unico, si suppone, nella letteratura relativa all’ebraismo italico. Non si tratta, però, di un libro dalle tinte provinciali o localiste, nient’affatto. I nove racconti che compongono il testo assumono una valenza universale — non solo come incarnazioni del peregrinare dei discendenti di Abramo — ma perché sono incastonati nella storia europea e narrano un destino collettivo. 

Nove vicende del popolo ebraico che si dipanano nella Marche, ma che hanno il loro inizio molto più lontano e la loro fine in là nel tempo. Sebbene gli ebrei abbiano — rubando il titolo a un libro di Saul Israel — le “radici in cielo”, con la penisola italiana hanno intrattenuto una relazione intensa. Il ché fa dello scritto di Robiati Bendaud un testo visceralmente italiano. 

“Lungo la via, i tre sostarono nella poetica Recanati per rifocillarsi e per pregare sulla tomba del mistico rabbino Menahèm ben Biniamìn, di cui più volte, con tiepida devozione, avevano studiato le opere”. La splendida Recanati, prima di essere la città amata e odiata da Giacomo Leopardi, fu luogo di ristoro per Manoello Giudeo, il Dante Alighieri degli ebrei. Un illustre letterato, Giuseppe Antonio Borgese, scrisse che il Sommo Poeta “fu per il popolo italiano quello che Mosè fu per Israele”. 

Il Dante del popolo ebraico e il Mosè del popolo italiano s’incontrarono davvero. Ma le consonanze non finiscono qua, Giacomo Leopardi amava la lingua ebraica, della quale esaltava la poeticità — da traduttore dei Salmi qual era. Nelle sue opere giovanili come l’Inno a Nettuno e il Cantico del Gallo Silvestre, compare la frase in aramaico “Scir detarnegòl bara letzafra”, che altro non è che la traduzione del titolo dell’operetta morale. Ebraismo, Marche e Poesia.

Tutte le storie intrecciano itinerari geografici a sentieri intellettuali. I protagonisti sono sempre sapienti, rabbini, stampatori, uomini e donne dediti alla studio e alla lettura. Il libro è scandito dalla presenza della Torah, delle preghiere, dell’apprendimento, della testualità. “Prima di risalire all’aria aperta, volle accertarsi che un particolare baule fosse ben assicurato, quello contenente le matrici e i punzoni intagliati”. Fugge dall’odio antiebraico con gli strumenti della stampa Ghershòn Soncino, l’uomo al centro del terzo racconto. Dai tempi di Ur dei Caldei, la Scrittura garantisce l’Ebreo sulla sua identità ed esistenza.

Per questa ragione, forse, l’autore evoca il rogo del Talmùd ordinato da Giulio III: “I due amici rividero balenare per un istante l’orgia di fiamme sacrileghe che avvolsero e divorarono i libri ebraici nelle piazze e ripensarono con rinnovato strazio al loro comune amico Avigdor ben Zechariah, il rabbino di Macerata, ucciso mentre cercava disperatamente di salvare dalla pira la pagine”. Gettarsi tra lingue di fuoco per salvare dei libri, un atto drammatico quanto i dibattiti teologici e metafisici che si tenevano a pochi metri dalle camere a gas.

I protagonisti della creazione letteraria di Robiati Bendaud ardono di una passione inusuale per la conoscenza. E non potrebbe essere diversamente, tra tutte le religioni esistenti, solo la liturgia ebraica prevede una benedizione per chi ha uno studioso in famiglia.

Le storie messe per iscritto, tutte vere, sono, soprattutto, novelle dolorose. Peripezie, fughe, ingiustizie, innervano tutto il libro. Le Marche sono, talvolta, una terra ospitale e di liberazione: “I porti di Venezia, Pesaro e Ancona furono costantemente meta di pellegrini ebrei che salpavano alla volta di Israele”, ma non immune all’antisemitismo. Nella suddetta regione, esattamente come nel resto del mondo, gli ebrei sono oggetto di forti sentimenti antitetici. All’orrore del fanatismo antigiudaico, fanno da controcanto episodi toccanti di fratellanza tra cristiani, musulmani ed ebrei.

Ma qual è il senso delle sciagure inflitte a Israele? La replica credo sia contenuta nel libro stesso: “Non ci è dato di conoscere la risposta. O impazziremmo oppure, conoscendola, diventeremmo insensibili a tutte le brutture di questo mondo, perché né afferreremmo il senso ultimo. Noi siamo solo polvere e cenere, ma possiamo discutere, anche con rabbia, con Dio. Non è poco”.