I dannati della gogna di Ermes Antonucci | Liberilibri Editrice
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Ermes Antonucci

I dannati della gogna

Cosa significa essere vittima del circo mediatico-giudiziario.

 

 

prefazione di Gian Domenico Caiazza

pagine 168

isbn 978-88-98094-95-0

prima edizione 2021

 

13,00

DESCRIZIONE

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Pubblicazione sui giornali di notizie coperte da segreto istruttorio; diffusione di intercettazioni penalmente irrilevanti; colpevolizzazione preven­tiva; annientamento della privacy di indagati e imputati: il circo mediatico-giudiziario sembra ormai entrato a far parte stabilmente della vita del nostro Paese. Un meccanismo infernale, che ogni giorno spazza via lungo il suo cammino carriere profes­sionali, stabilità economiche, reputazioni, rapporti familiari, sociali e affettivi. Insomma, vite intere.
In questo libro Ermes Antonucci ripropone al lettore venti storie esemplificative di vittime della gogna mediatico-giudiziaria. Ne sono protagonisti volti noti, da politici a funzionari pubblici a manager di successo, ma anche persone comuni, a conferma che il virus di questa gogna devastante, come qualsiasi altro virus, non guarda in faccia a nessuno.

RECENSIONI

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I dannati della gogna, da Mastella a Lupi 20 storie di tritacarne mediatico-giudiziario nel libro di Ermes Antonucci, di Frank Cimini, «Il Riformista», 5 maggio 2021, pag. 11.

 

Il processo è già una pena perché c’è la gogna mediatica. Ma non tanto al momento del processo. Molto prima. Con le indagini preliminari dove le procure sono i signori assoluti, i difensori non toccano palla e la difesa non ha difesa. Ermes Antonucci giornalista del Foglio racconta 20 casi di “dannati della gogna”, persone rovinate, con l’assoluzione che serve a molto poco quasi a niente e ci sono pure le vicende di chi paga dazio alla cattiva fama senza essere stato nemmeno inquisito formalmente.

Essere indagati dai mezzi di informazione è molto peggio che finire inquisiti dai magistrati. «Tanto più vasta sarà l’eco mediatica dell’accusa tanto meno chi l’ha promossa sarà disposto a riconsiderarne il fondamento – scrive nella prefazione l’avvocato Gian Domenico Caiazza – Il cappio si stringe intorno al collo del presunto colpevole con un doppio nodo scorsoio, la gogna mediatica da un lato, l’accusatore impegnato nella strenua autodifesa a oltranza dall’altro. Non c’è scampo fino a quando il presunto colpevole non avrà la ventura di incontrare un giudice indifferente all’una e all’altro. Un evento purtroppo nient’affatto scontato e comunque quasi sempre drammaticamente tardivo».
Secondo Caiazza non dobbiamo disperare ma essere consapevoli che la strada da percorrere è quella di recuperare finalmente un principio di responsabilità del magistrato per i suoi atti giudiziari. «Oggi questo è precluso da un sistema di valutazioni professionali positive al 99,6 per cento, dunque inesistenti. Un potere pubblico irresponsabile rappresenta un irrimediabile squilibrio democratico» conclude il legale.

«Il fenomeno si è affermato in numerose nazioni ma è in Italia che mostra una forza è una violenza senza pari – chiosa Antonucci – tanto da portare a un annientamento sostanziale di alcuni principi basilari della nostra Costituzione, a partire dalla presunzione di non colpevolezza». Il tritacarne, ricorda l’autore, si palesa in varie forme: notizie passate ai giornalisti da procure e polizia giudiziaria, pubblicazione di materiale di indagine ancora coperto da segreto, diffusione di intercettazioni spesso penalmente irrilevanti, assenza di contraddittorio, invasione morbosa negli ambiti privati dei malcapitati e, dulcis in fundo, mancanza di attenzione per le fasi successive dei procedimenti. E se va bene minuscoli trafiletti sui giornali. “Tanto è già uscito tutto” è la considerazione di molti giornalisti che dovrebbero sottoporre a vaglio critico le tesi dell’accusa. E come potrebbero dal momento che “il pane quotidiano” arriva loro dalle procure. Come disse un famoso avvocato ai tempi della falsa rivoluzione di Mani pulite (ma i tempi non sono cambiati e se sì sono cambiati in peggio): «Il pm fa anche il caporedattore nei quotidiani del mandamento giudiziario».

 

Dannati della gogna. Catalogo di vittime del circo mediatico, «Il Foglio», 6 maggio 2021.

 

Massacrati, umiliati, distrutti e poi assolti e ovviamente dimenticati. Storie. In un libro di Ermes Antonucci.

Pubblichiamo un estratto del libro di Ermes Antonucci, “I dannati della gogna. Cosa significa essere vittima del circo mediatico-giudiziario” (Liberilibri, 168 pp., 13 euro), in uscita nelle librerie il 5 maggio. Il saggio, arricchito dalla prefazione di Gian Domenico Caiazza (presidente dell’Unione delle camere penali italiane), racconta venti storie esemplificative di vittime della gogna mediatico-giudiziaria. Ne sono protagonisti volti noti, da politici a funzionari pubblici a manager di successo, ma anche persone comuni, a conferma che il virus della gogna, come qualsiasi altro virus, non guarda in faccia a nessuno.

La mia vicenda giudiziaria è durata sei anni, sei mesi e sei giorni. Sono stato arresto di mercoledì mattina e assolto di mercoledì mattina. Mio padre è morto esattamente un mese prima dell’inizio del processo. Mia madre è morta esattamente due mesi dopo la sentenza di assoluzione”. È ricordando queste incredibili coincidenze temporali che Roberto Giannoni comincia a raccontarmi la sua storia. Ha 75 anni, ma un tono di voce giovanile, vivace, sereno, con un inconfondibile accento toscano. “A 16 anni non avevo voglia di studiare, così il mio babbo decise di togliermi da scuola e di portarmi a lavorare con lui in fabbrica. In poco tempo ho capito che sicuramente la penna sarebbe stata più leggera dei fogli di lamiera. Allora iniziai a fare i corsi serali fino a prendere il diploma. Poi, dopo una serie di colloqui, sono riuscito a entrare in banca. Ho sempre avuto questa voglia di darmi da fare e di lavorare. Piano piano sono riuscito a coronare il sogno di arrivare a fare il direttore, seppur di una piccola filiale”. È proprio quando Roberto Giannoni pensa di aver coronato il suo sogno, diventando direttore della filiale di Sassetta della Cassa di Risparmio di Livorno, che la sua vita viene improvvisamente stravolta. “Il 16 giugno 1992, alle quattro e un quarto di mattina, uno stuolo di poliziotti della Dda di Firenze suona alla mia porta. Lì crolla tutto”. Giannoni, allora 46enne, viene arrestato nell’ambito di una maxi inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze. Le accuse sono infinite: associazione a delinquere di stampo mafioso, usura, concorso in usura, estorsione, riciclaggio, traffico di stupefacenti e di armi. “Ho saputo solo in seguito che le accuse si basavano sulle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia, clienti della filiale, pieni di guai giudiziari. Una volta incappati di nuovo nelle mani della giustizia, hanno visto bene di gettare il fango su di me”. Intanto Roberto Giannoni viene arrestato. “Il mondo mi è sparito. L’immagine dei miei genitori in mezzo al corridoio quando sono scattate le manette non si cancellerà mai dalla mia mente. Li vedevo atterriti, con gli occhi sbarrati, che spalla a spalla si reggevano l’uno con l’altra”, ricorda Roberto. Giannoni viene ammanettato e trasferito in auto alla procura di Firenze.

“I poliziotti cercavano di avere un approccio gentile nei miei confronti. Mi tolsero le manette e mi dissero di stare tranquillo. Quando arrivammo vicino alla procura di Firenze, però, mi dissero che dovevano riammanettarmi. Io allora feci una domanda stupida: ‘Ma non avete mica comunicato la notizia alle televisioni e ai giornali?’. Mi risposero di stare tranquillo, ma mi consigliarono anche di utilizzare un giacchetto per coprire il mio volto. Quando scesi dall’auto ad aspettarmi c’era ben più di qualche curioso. Venni spinto in mezzo a una folla di fotografi e giornalisti come in una di quelle scene che ricordavo di aver visto qualche volta in televisione”. Dopo l’interrogatorio, Giannoni viene recluso nel carcere di Sollicciano. Trascorre sette giorni in isolamento, senza poter vedere nessuno (neanche l’avvocato), e poi viene trasferito nella sezione di alta sorveglianza. Dopo due mesi finisce nella sezione del 41 bis, dove sono reclusi i boss mafiosi. “Piangevo dalla mattina alla sera – racconta Giannoni – Con il mio pianto arrivavo a commuovere gli altri detenuti: si fermavano immobili a vedermi piangere, senza sapere come comportarsi. Dovevo ricorrere continuamente al supporto della psicologa perché la mia disperazione non si fermava”. “Il mio primo compagno di cella fu capace di una umanità povera, sincera. Lui, che stava soffrendo, capì la mia sofferenza”, afferma Giannoni. (…) Gli organi di informazione, come al solito, contribuirono ad alimentare un clima da gogna. “Maxi retata contro la mafia, pesanti accuse di riciclaggio di denaro sporco, truffe, rapine, spaccio di stupefacenti”, “Maxi retata, una città che si interroga”, “Mafia, un altro arresto eccellente”, “Usura e tangenti, maxi retata”, furono i titoli dei giornali dell’epoca, che giunsero a definire Giannoni “la mente finanziaria della mafia in Toscana”.

In carcere Giannoni decide comunque di farsi forza, grazie anche all’aiuto fondamentale del cappellano, don Danilo Cubattoli, detto don Cuba. Dopo dodici mesi dietro le sbarre, di cui dieci in regime del 41 bis, la procura chiede una proroga della detenzione, che però viene negata: Giannoni torna in libertà. “Vivevo in carcere da forestiero, pensando al mondo che avevo lasciato. Ma quando fui scarcerato, fatti tre passi fuori dal cancello, capii che stavo ritornando in un mondo del quale non facevo più parte. Mi sono sentito forestiero un’altra volta, ma nel mondo che avevo lasciato”, racconta Giannoni. “Le persone che incontravo avevano fretta di chiudere la chiacchierata alla svelta. Questa era una cosa che faceva male”. Così, Giannoni ha dovuto ricostruire la sua vita. “La mia banca mi aveva licenziato, sono stato trentatré mesi disoccupato fino a che un amico di famiglia ha capito che ero innocente e mi ha assunto nella sua azienda. Sono dovuto ripartire da zero”.

 

Il processo comincerà solo due anni dopo, il 27 marzo 1995, a tre anni dall’arresto. Suo padre non riesce a reggere l’ennesima onta. “Sono stato arrestato a giugno e il mio babbo a ottobre ha avuto il primo infarto. Gli infarti poi si sono susseguiti. Quando siamo entrati in possesso del fascicolo processuale e abbiamo letto su cosa si basavano le accuse, il mio babbo è stato preso dal quarto infarto e se n’è andato”, ricorda Giannoni. Il 16 dicembre 1998, dopo 156 udienze, il tribunale di Livorno assolve Roberto Giannoni da tutte le accuse. Sono passati sei anni, sei mesi e sei giorni dall’arresto. Ovviamente i giornali, dopo il clamore iniziale, ignorarono la notizia. “Di me che ero stato assolto non ne parlava nessuno”, sottolinea con rabbia Giannoni. “Solo dopo una chiamata del mio avvocato un giornale mi intervistò”. Le sofferenze, però, per Giannoni non sono ancora finite. “A fine novembre mia madre ha cominciato a stare male ed è stata ricoverata in ospedale. Dopo pochi giorni i medici mi dissero che aveva un tumore. Un medico amico in privato mi disse: ‘Tua madre s’è mangiata il fegato’. Dopo la sentenza di assoluzione corsi in ospedale per portare la notizia a mia madre e lei mi disse: ‘Roberto, adesso stiamo zitti, siamo stati anche troppo sulla bocca delle persone’. La vicenda l’aveva proprio logorata”. “Credo nella giustizia, perché ero innocente e sono stato assolto. Però, se durante la fase delle indagini i magistrati avessero fatto i riscontri che poi ha fatto il tribunale, ora avrei ancora il sorriso dei miei genitori. Se incontrassi queste persone chiederei loro di andare a fare una preghiera sulla tomba dei miei genitori. Devono chiedere scusa a loro”, dice Giannoni, che per tutti questi anni di ingiustizia subiti ha poi ottenuto solo 200 milioni di lire di risarcimento. “Ho fatto ricorso in Cassazione ma ho perso e ho pure dovuto pagare le spese legali”.