La sapienza segreta delle api di Pamela L. Travers | Liberilibri Editrice
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Sconto
Pamela L. Travers

La sapienza segreta delle api

Una raccolta di scritti misterici, sinora inediti in Italia, dell’autrice di Mary Poppins

 

Pamela L. Travers

A cura di Cesare Catà

pagine 276

isbn 978-88-98094-62-2

prima edizione 2019

 

18,00 15,30

-15%

Collana:

DESCRIZIONE

Chi non ha subìto il fascino di Mary Poppins, la fata-bambinaia che arriva a Londra, volando con il suo ombrellino, a riportare ordine incantato nella scompigliata famiglia Banks? Ma prima di diventare la celeberrima eroina cinematografica nella versione Disney, Mary Poppins fu la pro­tagonista di alcuni romanzi nati dalla penna di una donna geniale, tormentata e ribelle di nome Pamela L. Travers.
In questo libro, vedono per la prima volta la luce in Italia alcuni degli scritti su mitologia e folklore che la Travers compose nel corso della sua lunga vita.
La sapienza segreta delle api è una sorta di guida magica, non soltanto per chi vorrà cono­scere il percorso che ha portato alla creazione di un personaggio così popolare, ma anche e so­prattutto per coloro che vogliono riscoprire i significati degli antichi miti che ancora vivono e rivivono nella nostra esistenza quotidiana.

RECENSIONI

La sapienza segreta delle api di Pamela L. Travers
L’eroina dai mille volti, di Cristiano Saccoccia, «www.classicult.it», 15 dicembre 2019

La ragione sa ogni cosa, ma i sentimenti, a volte, sanno sempre qualcosa in più.
E non si può approcciare La sapienza segreta delle api come qualsiasi altra antologia di scritti saggistici, come un semplice arazzo di articoli e testi divulgativi, perché rimarrete intrappolati in un pathos tragico-emotivo dove soltanto i lumi della disragione e della sensibility brillano di lucore proprio; e quel pragmatismo asettico e moderno rimane sepolto tra le macerie di una razionalità stantia.

Pamela L. Travers insegna a ragionare non con il cuore, non con il ventre o l’anima, ma con qualcosa di ben più antico e nascosto dentro noi stessi; una particella embrionale del racconto mitico, mutevole e indomabile, dove le leggende e le fiabe regnano libere.

Sicuramente il libro di saggistica folklorica e misterica più bello di quest’anno, un libro che sdogana la scrittrice Helen Lyndon Goff (vero nome di Pamela L. Travers) dalla etichetta univoca (e forse troppo limitante) di scrittrice per l’infanzia. Come non ricordare infatti che la Travers siglò la serie di successo globale di libri per ragazzi di Mary Poppins? Romanzi che essa stessa vedeva non come il compimento della sua maturità artistica e culturale. Infatti La sapienza segreta delle api diventa un’opera quasi testamentaria, un codice di 21 saggi/articoli che delineano perfettamente lo spessore intellettuale e la sensibilità artistica di questa donna nata sul finire del diciannovesimo secolo, proprio nel 1899.

Nata in Australia, ai tempi considerata tra le più antiche terre del mondo, visse ascoltando storie irlandesi e filastrocche delle Highlands attraverso i cuori parlanti dei suoi genitori. In un clima così stimolante la giovane Pamela si nutrì di miti, fiabe e favole e crebbe all’ombra degli antichi alberi custodi delle verità primigenie. Lo racconta anche lei, ora i bambini sono troppo distratti (Ah! Cara Pamela L. Travers, ora è molto peggio) dai giochi e da altre diavolerie moderne, mentre nella sua giovinezza poteva rincorrere farfalle e ascoltare le parole sussurrate da quelle api che lei reputava guardiane delle verità del tempo e della natura. Come suggerisce lei stessa, le api sono esseri mitologici appartenenti alle più svariate culture sulla terra, basta riflettere sulla loro etimologia: beu in cornico, beo in irlandese, byw in gallese, e in greco bios (che poi significa anche vita).

«Dunque, l’ape rappresenta fondamentalmente – o ne viene considerata come la manifestazione – il verbo “essere”, to be. Non stupisca dunque che l’ape, nella mitologia, venga vista come l’ospite rituale dei più alti spiriti – essa simboleggia Vishnu, Indra e Krishna, noto in India come “Colui che è nato dall’albero di nettare”»

Il mito per Pamela L. Travers non è una menzogna o una volgare allegoria per spiegare un evidente fatto scientifico o una sfumatura della realtà, bensì qualcosa di molto più potente e pregnante, la più autentica verità. Infatti, come sottolinea la Travers, in accordo con Kerényi, la mitologia è viva (bios), più viva dell’arte e della poesia e di qualsiasi altra forma di espressione perché lei è realtà vivente. Una visione così evocativa e allo stesso tempo scientificamente corretta, perché, secondo Alessandro Voglino (alto divulgatore di letteratura fantastica e direttore della fantacollana Nord), il fantastico (alla stregua della mitologia) è così saturo di costruzioni archetipiche di essere, in una visione sottile, più reale della realtà stessa. Perché incarna i topoi e il bagaglio mitico-ancestrale dell’umanità per tradurli nel racconto.

Potremmo dilungarci per molto, sospinti come accennavo dalla emotività di questa scrittrice brillante (colpa anche della poetica e correttissima introduzione del mio compaesano Cesare Catà), ma credo sia più corretto lasciare questa meravigliosa scoperta saggistico-letteraria (finora inedita in Italia) ai lettori che acquisteranno il volume della casa editrice maceratese Liberilibri.

Mi soffermo nell’evidenziare la mente cangiante di Pamela L. Travers, capace di sciorinare (con competenza e passione, non per mero sfoggio nozionistico) collegamenti coerenti e complicati, di districarsi in foreste celtiche come in giungle orientali e tornare viva alla “civiltà” per raccontarci gli insegnamenti carpiti da questi viaggi tra i libri e le storie. Una lettrice avida di leggende, eroi e eroine, capace di riconoscere e promuovere la forza attiva delle donne, insegnando loro tramite il folklore e i racconti del focolare o delle leggende antiche. Donne che non devono ristagnare in un ruolo passivo come vittime di un fato imperante bensì diventare attive e padrone del loro racconto, non uditrici di gesta ma eroine. Perché tutti dobbiamo essere capaci di narrare una storia, la nostra.

Eroina dai mille volti

La Travers è perciò un’eroina dai mille volti, parafrasando il testo capolavoro di Campbell, in bilico tra gnosticismo zen e ballate epiche irlandesi, tra i meandri della poesia vedica e nei labirinti della tragedia greca, guidata da una profonda conoscenza della filosofia e della psicanalisi junghiana, dagli incontri con AE e Gurdjieff, e il poetico esoterismo di William Blake, Keats e Shakespeare.

Per non parlare di quell’amore che sempre coltivò per il “romanticismo nero” delle favole “crudeli” dei fratelli Grimm e di quella tragica visione del mito che sempre si scontrò con la visione positivista di Walt Disney, pover’uomo che sempre si scontrò con Pamela L. Travers per la realizzazione del film di Mary Poppins.

I due non potevano essere più diversi: Walt Disney promuoveva una visione “if you can dream it, you can do it” la Travers al contrario voleva dare alle sue storie uno spessore più significativo del normale happy ending, insegnare i valori di quella “sofferenza” che tutti i miti e anche le fiabe sanno insegnare, perché il dolore è anche uno strumento di auto-indagine per la forgiatura non del IO ma della comunità. Gli ammaestramenti morali, etici e pratici delle fiabe e dei miti non possono essere edulcorati e sottomessi a puerili visioni ottimistiche e mascherate da colonne sonore e balletti. La Travers lottò con caparbietà per lasciare la sua impronta nel film di Mary Poppins, il risultato, come spesso succede, è una via di mezzo.

Tra le cose che ho apprezzato di più delle disquisizioni sparse all’interno del volume curato da Cesare Catà sono le riflessioni sulla letteratura fantastica. Infatti la Travers non solo leggeva fumetti come Superman o Hulk ma coltivava l’amore del legendarium tramite la lettura di Tolkien e di Ursula K. Le Guin. Di Tolkien parlerà benissimo come:

«Tolkien è uno dei segni dei nostri tempi. Coloro che in futuro emigreranno nello spazio in colonie interstellari certamente porteranno con loro i libri di Tolkien. Tutte le subcreazioni saranno quanto mai necessarie per dare a quegli uomini lassù una pienezza psicologica interiore che equilibri la vacuità dell’esterno.»

L’other world tolkieniano quindi si arricchisce di connotazioni essenziali. Il secondary world fantastico, ovvero un mondo sub-creato dal nostro, diventa unica matrice per alimentare la fantasia dell’uomo e di salvarlo dalla vacuità cosmica, ma non solo da quella universale ma anche dall’asfissia turbo-moderna che ci costringe a dimenticare il ruolo didattico, evocativo e primordiale delle fiabe. Il mondo fantastico (di Tolkien, Le Guin, Lewis o di Hulk) non è un mero tentativo di evasione dalla realtà, non si tratta di escapismo letterario, più che fuga possiamo parlare di volontà di analizzare il nostro mondo con una nuova lente di ingrandimento, un microscopio potentissimo fatto di leggende e canzoni di gesta.

Forse dovremmo perderci nei boschi o seguire i corsi dei fiumi, rimanere incantati davanti agli alberi che possono raccontarci storie o ascoltare il ronzio delle api. Chissà cosa potranno dirci.

 

La sapienza segreta delle api, di Simonetta Sciandivasci, «Il Foglio», 2 gennaio 2020, pag. II

Delle mille mila cose che Pamela Lyndon Travers ha tenuto in mente e messo in conto scrivendo Mary Poppins, ce ne sono un paio che servono a fare bene i giornali, i libri, le educazioni sentimentali. La prima: l’inferno è amico delle storie (così ha scritto Jonathan Gottschall in The Storytelling Animal), ragione per cui quando Travers vide quello che Disney aveva fatto al suo romanzo, pianse, maledicendosi per averglielo permesso. Ci aveva messo più di vent’anni a farsi convincere a cedere i diritti del romanzo, senza mai fidarsi davvero, rimanendo scettica e litigando e divergendo con Disney su tutto; lui chiamava lei Pam e lei Mr Disney lui, convinta com’era che chiamare qualcuno che non si conosceva con il nome proprio provocasse un incantesimo. Per lei le fiabe dovevano essere un incontro con le ombre, un modo di guardare il terrore negli occhi, mentre per lui erano una prova di come in tutto esiste una possibilità di vincere il male, rimuoverlo ed essere felici. Lui lavorava per i bambini, per fare di oro degli ottimisti battaglieri; lei per gli esseri umani, per non fare di loro niente, ma mostrare loro tutto, o almeno il più possibile. Per questo, si serviva di tanti saperi, specie quelli esoterici (dei giornalisti che accettava di incontrare provvedeva sempre prima a conoscere il quadro astrale), del folklore, della mitologia (il mito era per lei “la più autentica verità”), della poesia – questo libro raccoglie molte pagine in cui Travers racconta come li usava.

La seconda cosa dalla quale non smise di farsi guidare era ciò che racconta di aver imparato frequentando Yeats, che non le diede mai lezioni, ma lasciò che fosse lei a trarre degli insegnamenti: un modo, questo, che lei scrisse averle rivelato il segreto della scrittura, che starebbe nel “dire meno di quanto si ha bisogno di dire” – in un breve saggio qui inserito, Travers scrive: “Il mio istinto è sempre lavorare per sottrazione, mai per addizione”.

 

“La sapienza segreta delle api”, di Gabriele Ottaviani, «Convenzionali», 14 novembre 2019

Matilda non era l’unica raccontatrice di storie. In un certo senso, a nessuno mancava un grimmo da narrare. Il grimmo era un rito sociale. Su di esso si fondavano dicerie e chiacchiericci, come una sorta di sermone della domenica. «V’era un uomo che andò a seminar lontano», o «Leda giaceva sotto l’ala di un cigno», erano inevitabilmente gli inizi di un grimmo. Solo quando l’alfabeto mi si rivelò attraverso matite in scatole da tè, con lettere stampate su sacchi di farina, con etichette sulle scatole di fagioli, con “Pesca di beneficenza” sulle tavole davanti alla Chiesa – solo allora capii che i grimmi erano, in realtà, i Grimm! Il diletto Orlando, La guardiana delle oche e le altre storie erano state raccolte, come un mazzo di rose selvatiche, e sistemate in un libro – o, per essere più precisi, in due libri: due massicci ed erti volumi rossi, in pagine ruvide a stampa, che scoprii nella libreria di mio padre insieme a Dodici scene sul letto di morte e ai drammi di un tale di nome William Shakespeare. Direi che pure lui un grimmo o due li conosceva.  Ora sono scoloriti, quei due vecchi amici, con le loro copertine rosse fattesi rosa; e tuttavia, a dispetto del tempo e dell’usura, sono ancora comunque splendidi, così capaci di rispondere alle richieste di ogni nuova generazione.  Ovviamente ci sono state poi delle riedizioni. Una è qui sulla mia scrivania, nella traduzione di Ralph Manheim. Il fatto di essere stata chiamata a scrivere sulla cosa, e quindi mi sia stato non solo concesso ma persino richiesto di leggere una nuova edizione dei Grimm, mi ha riempito di un’intima gioia. Il mio sangue scorre lieve come il dolce Tamigi. Ma presto ha incontrato una diga.  Vero è che i miei libri rossi erano andati fuori stampa e che il volume Le fiabe del focolare non riscuoteva più grande successo. Fu dopo la Prima guerra mondiale, forse, che la gente che era stata bambina, avendo visto la brutalità dei fatti della vita, decise che i racconti incantati dei Grimm erano troppo cupi. Dev’essere stato in quel momento che si cominciò a dare importanza all’infanzia in quanto infanzia. Una fase passeggera – dieci secondi su un totale di sessanta – divenne, per così dire, una questione a parte; qualcosa di statico, con dei confini, che si poteva mappare alla stregua di un’unità geografica. «Ispezionare, dissezionare, proteggere»: dicevano psicologi, insegnanti, operatori sociali. Così, per la prima volta, i bambini divennero infantili. E, per evitare che sapessero ciò che sapevano – ciò che da sempre, dolorosamente, avevano saputo – furono sì raccontate loro le storie delle fatine, dei bimbi che non volevano crescere, di Topolino e Minnie; ma non Il fuligginoso fratello del diavolo, non La luce azzurra, non Pif Paf Pum Scopino. Negli ultimi trentacinque anni, le fiabe dei Grimm sono state accuratamente censurate, e alcune specifiche storie ridotte a mere illustrazioni. I librai della New York Public Library, se un cliente gli chiede dove sia il volume de Le fiabe del focolare, si mettono un dito sulle labbra come se vi fosse qualcosa di impronunciabile da dire; poi se ne escono: «Beh, sapete, era qui, c’è ancora, ma tenuto in una stanza segreta con altri miti. Sapete, i genitori erano preoccupati che quelle fiabe potessero rendere i loro bambini impermeabili alla certezza del lieto fine e all’ottimismo.»  Ottimismo irrealistico! Se c’è qualcosa di infinitamente distante dall’ottimismo irrealistico sono proprio le fiabe! Per entrare nel periglioso territorio delle fiabe occorre un cuore saldo, una volontà ben temperata e molto pelo sullo stomaco.

Stramba, coltissima, solitaria, severa, libera, inflessibile, elegante, svampita, sognatrice, appassionata di mitologia e folclore, scrittrice per l’infanzia e sacerdotessa di un culto iniziatico, misterioso e misterico che vuole penetrare l’inconoscibile che come polvere negli angoli si annida fra i nodi che intessono la trama delle fiabe, moniti catartici non privi di un lato oscuro in cui, come due facce d’una medesima medaglia, lieto fine e angoscia, soprattutto quella dell’infanzia, che non ha le parole per spiegarla, sono inestricabilmente connessi, all’anagrafe Helen Lyndon Goff, assai più nota come Pamela L. Travers, colei che ha dato vita al personaggio della bambinaia per eccellenza, incarnato sullo schermo prima da Julie Andrews e poi da Emily Blunt, e che a sua volta è stata protagonista, resa con la consueta classe dall’impeccabile Emma Thompson, di una pellicola, è l’autrice dei testi, finora inediti in Italia, qui raccolti da Liberilibri: La sapienza segreta delle api, a cura di Cesare Catà, è da leggere, rileggere, far leggere.